Editoriale/ Echi di ribellione: riflessioni sulla gioventù contemporanea

Editoriale/ Echi di ribellione: riflessioni sulla gioventù contemporanea
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di Fabrizio Manfredini

Nel 1955 nelle sale cinematografiche degli Stati Uniti usciva "Rebel Without a Cause”, in italiano Gioventù Bruciata, con James Dean, anche se molti non sanno che al suo posto ci doveva essere Marlon Brando. Nel tempo è divenuto un cult movie e il titolo è entrato nel linguaggio comune. Il film parlò ad un'intera generazione di teenager nella seconda metà degli anni cinquanta, ma la sua fama non può e non deve limitarsi a ciò.

La pellicola, storia di un brusco e doloroso passaggio all'età adulta, è un documento sui riti della generazione post-bellica nella provincia
statunitense e presenta i "ribelli senza causa" come lo specchio del nostro disincanto, la cattiva coscienza di una civiltà in declino. Attenzione, stiamo vivendo un momento simile a Gioventù Bruciata perché viviamo di 'non' empatia giovanile.

I giovani oggi protestano anche con gesti sciocchi ed eclatanti. Ma soprattutto protestano su un argomento che oggettivamente non è neppure il loro: l'ambiente. L'attivismo degli studenti e dei giovani in generale, in risposta ai principali problemi ambientali e sociali di oggi, sembra essere cresciuto negli ultimi anni. Basti pensare, ad esempio, agli scioperi del 2020 dei Fridays for Future, il cui scopo è stato quello di sensibilizzare l'opinione pubblica e lanciare un messaggio ben preciso alle classi dirigenti: quello di non sottovalutare il problema e dimostrare tutta la propria volontà di non arrendersi finché non verrà fatto qualcosa di rilevante per salvare il pianeta.

La realtà è che i giovani vogliono più spazio, vogliono fare politica, politica che in realtà finge di coinvolgerli, ma quando si tratta di decidere li lascia sempre fuori dai contesti decisionali. Questi aspetti sembrano richiamare alla memoria alcuni tratti tipici delle contestazioni del Sessantotto, ma con una prima differenza che salta all'occhio, naturalmente, che riguarda le modalità tramite le quali coloro che protestano si aggregano e fanno propaganda. Infatti, «la comunicazione è politica, e oggi si fa comunicazione in modo diverso: è sicuramente più facile convocare le persone grazie all'uso dei social». L'altra differenza, che è collegata, è che se un movimento ha un'ideologia forte alla base, quel movimento diventa anche una comunità solida e stabile. Se invece si hanno dei movimenti legati a tematiche contemporanee, attuali, ma non cementate da una credenza stabile, è più facile che diventino dei singoli flash mob, anche affollati e sentiti, che però non creano delle comunità forti.

Nel Novecento, quando la gente scendeva in piazza, lo faceva perché c'era un collante ideologico forte che permetteva il formarsi di comunità  vere e proprie. La fortuna di essere un movimento di protesta, poi, è che non c'è bisogno di una leadership vera e propria, perché il leader è il nemico contro cui ci si schiera, che più è forte più rende la protesta catalizzabile e veicolabile.

Detto questo, il mio pensiero però è ancora più semplice. I giovani vogliono spazio, vogliono essere protagonisti decisionali per il futuro, ma che non può precludere il presente. La governance finge di esaltare i giovani, ma li emargina nel dibattito, non lasciando loro spazi di manovra, sperando vivamente che tutto si risolva come in Gioventù Bruciata.

Il 9 aprile i giovani di Movimento Centro e Sud chiama Nord organizzano un ‘Rave’ di opinione con il forte intento di sovvertire una volta per tutte questa tendenza. Non devono mai aver paura coloro che sono giovani, anche i giovani di spirito: non devono preoccuparsi di ciò che bisogna fare per piacere. Basta fare ciò che è necessario, che appare logico in un dato momento. Così la gioventù sarà dirigente. Partiamo da Firenze, io sarò al vostro fianco.

*Leader Movimento Centro

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