La storia

Siamo stati nella scuola dove si impara a diventare pastori

"Non siamo eremiti, quello che perdiamo della città lo riceviamo dalla natura. Anzi si sta meglio qui con gli animali"

Siamo stati nella scuola dove si impara a diventare pastori
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Quando il Parco del Casentino ha lanciato l'idea di un corso per diventare pastori, forse, non poteva immaginare che la notizia avrebbe fatto il giro d'Italia. Siamo al Pratomagno, in provincia di Arezzo, dove assistiamo all'ultimo giorno di lezione per dei giovani arrivati da ogni latitudine, pur di par- tecipare al corso per pastori. Tutto organizzato come una vera e propria scuola con esame finale dal quale sarà rilasciato un attestato di frequentazione riconosciuto dalla regione Toscana. 

«All'inizio dovevano essere in 6, poi abbiamo ampliato i posti a 8, sono arrivate 170 domande. L'obiettivo del progetto è quel- lo di recuperare le praterie, migliorare lo stato di conser- vazione di tre aree tra il Pra- tomagno e le Fereste Casentinesi. L' abbandono della pastorizia e dell'allevamento stanno provocando la perdita della biodiversità». 

Il lavoro di selezione era quello di individuare persone motivate. 

«Non facciamo l'errore di pensare al pastore come quello di 70 anni fa. Non è un eremita, ha il cellulare e lo usa per il proprio lavoro. E' un lavoro duro che richiede sacrifici ma è una questione di priorità. Onestamente non so se è meno duro stare in una fabbrica alla catena di montaggio per 8 ore». 

Conosciamo i corsisti 

Luigi, tedesco venuto a Reggello da giovane, lavora già la vigna, gli ulivi. «Qui abbiamo tutti lo stesso interesse, amia- mo gli animali ma veniamo da mondi diversi». Già, mondi di- versi, come quello a cui ha ri- nunciato Giovanni, 29 anni, ar- riva dalla provincia di Reggio Emilia dove lavorava nell’ uf- ficio tecnico dell'azienda di fa- miglia. «Non mi interessa- no computer, cellulare e tutte le comodità. Mi piace stare all'aria aperta con gli animali. E' una scelta di vita».

I tuoi genitori cosa ne pensano? 

«Sono preoccupati perché credono non sappia i sacrifici che questa vita richiede». 

Marco, 20 anni, viene da Varese dove aveva un gregge di 1500 pecore. Sa cosa vuol dire questo lavoro: «Bisogna estraniarsi da qualsiasi cosa, non è facile. Qui al pascolo se piove o nevica, il pastore sta fuori sempre. Quando hai gli animali e la terra non ci sono sabato, do- menica, Natale o Pasqua». 

Gemma, 26 anni di Firenze, si è laureata in Tecnologie ali- mentari nel dicembre scorso: «Volevo fare qualcosa che mi avvicinasse a questo mondo e adesso posso dire di aver fatto la scelta giusta. Non penso che la città mi mancherà» .

Anche Maria Alejandra ha 26 anni, è colombiana ma vive da tempo a Rufina. Ha studiato Belle Arti e ha fatto tanti lavori prima di arrivare al corso: badante, baby sitter e la cameriera. Adesso intravede l'occasione di un cambiamento:  «Il ritmo di vita in città, secondo me, non è adatto all'uomo. Quello che perdi lontano dalla mondanità di tutti i giorni, lo ricevi dalla natura: il sole, l'aria buona. Non c'è paragone. C'è chi vuole la fermata del bus sotto casa, il cinema dietro l'angolo e il supermercato a portata di mano ma sono cose che qui perdono valore. Comunque qui non siamo sconnessi dal mondo, però c'è la consapevolezza che i social, gli smartphone, sono un mezzo non l’obiettivo. La tecnologia la usiamo per vendere i prodotti». 

Dopo il corso sarà tempo di stage: «Il mestiere di pastore si impara sul campo, possiamo dare loro le nozioni di base (veterinaria, alimentazione, gestione di una stalla) ma poi la parte più importante è metterli in contatto con le aziende del territorio». 

Scuola per pastori parco del casentino: https://www.parcoforestecasentinesi.it/it/news/scuola-pastori-e-allevatori

 

Gaetano D'Arienzo

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