La storia

Cecilia Casaglia: "Mio marito si è suicidato, c'è bisogno di più sostegno per chi subisce questi traumi"

Un dolore che è ancora vivo, la forza di ricominciare da capo per sostenere la famiglia, l'abbandono delle istituzioni

Cecilia Casaglia: "Mio marito si è suicidato, c'è bisogno di più sostegno per chi subisce questi traumi"
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di Gaetano D'Arienzo


Scendere all'inferno, più e più volte, venirne fuori sempre con lo spirito di chi è costretto a ricominciare con le proprie forze, nonostante il mondo ti sia crollato addosso. E’ stata una prova dura. 

Cecilia Casaglia è la vedova di Luca Ragazzini, il ristoratore che si è tolto la vita il 22 Agosto 2020 al- l'interno del suo locale in Santa Croce, a Firenze, durante il periodo nero della pandemia. 

Sono passati più di tre anni e il 10 Settembre scorso, nella giornata mondiale di prevenzione contro i suicidi, è stata celebrata una messa in suffragio voluta dal Movimento Centro nella Basilica Santo Spirito. 

Lei ha dichiarato di essersi sentita abbandonata, da chi?

«Ho pochi amici fidati e adesso so chi sono. Certo, dopo il clamore che la tragedia ha suscitato, mi sarei aspettata qualcosa di più. Il Sindaco Nardella è venuto al funerale e ha poi espresso pubblicamente la sua vicinanza (intervista a 007 della settimana scorsa, ndr). Tutto è successo nel mezzo di una campagna elettorale, quella delle Regionali del 2020, e né il presidente uscente, Enrico Rossi, né quello che allora era il candidato alla successione, Eugenio Giani, si sono fatti vivi. Lo ritengo imbarazzante». 

In quella campagna elettorale lei è stata al comizio finale in Piazza Repubblica di Matteo Salvini. Considerato come sono andate poi le cose, non si è sentita strumentalizzata?

«Mi hanno invitato persone che conosco ed ho accettato ma non mi sono sentita strumentalizzata affatto». 

In un intervento ad Italia7 l'Onorevole Andrea Barabotti, della Lega, ha dichiarato di averla aiutata. 

«Sì, grazie a lui ho avuto un contatto attraverso il quale ho trovato un lavoro da segretaria all'educandato di Poggio Imperiale. Questo non posso negarlo. Purtroppo il contratto stipulato era a tempo determinato di 6 mesi». 

Non le è stato rinnovato?
«No, ho avuto problemi con mio figlio minore, che ha sofferto molto la scomparsa del padre ed ha attraversato un momento di depressione. A quel punto ho preferito stargli accanto e rimanere a casa». 

Immagino abbia dovuto sostenere spese per il sostegno psicologico…

«Sia per lui che per me. Almeno un aiuto economico in questo senso sarebbe stato stato utile. Non ho mai pensato che le istituzioni potessero fare chissà cosa ma credo semplicemente sia mancata la sensibilità. Diciamo che invece ho ricevuto una mano dal sottobosco».

Cosa intende per sottobosco?

«Lontano da riflettori, il Movimento Centro e Fabrizio Manfredini mi hanno presentata allo psicologo Loris Pinzani, che mi ha aiutata molto. Per mio figlio è più complicato, anche se dopo un momento buio adesso sta meglio». 

Lei è fiorentina, abita in centro. Il prossimo anno ci sono le amministrative a Firenze, ha mai pensato di candidarsi? 

«Non lo escludo affatto. Anzi, posso dirle che sarò in lista con il Movimento Centro. Vorrei cercare di rappresentare tutte quelle per- sone in difficoltà che hanno bisogno di aiuto e non sanno a chi rifarsi. Io non mi tirerò indietro. Basti pensare che quest'estate un'amica mi ha chiesto di parlare con una persona che aveva subito mio stesso trauma. Abbiamo parlato tanto e mi ha chiesto consigli. Ci vuole tempo, la ferita si rimargina ma continua a sanguinare. E come lei sono tantissimi i casi». 

Sul suicidio esiste ancora un tabù?
«Assolutamente sì, i dati in mio possesso sono allarmanti. Non se ne parla perché il suicidio è visto come una vergogna, viene stigmatizzato. Chi minaccia di suicidarsi, spesso non lo fa: la loro è una richiesta di aiuto. Chi va fino in fondo, invece, è come se avesse un cancro, come se fosse un malato terminale. Sa quante volte ho parlato con Luca ma poi alla fine...». 

Perché i segnali era già arrivati prima?
«Da due mesi era cambiato. Ma queste persone sono difficili da aiutare: ci vuole la loro volontà. Chi compie gesti estremi spesso è un soggetto maschile – le donne sembrano avere una forza diversa nell'affrontare le difficoltà – e sempre meno di rado sono giovani. Conosco un caso di una persona di 20 anni». 

Sono tanti i casi? 

«Molti di più di quanti se ne immagina». 

Se avesse il potere di decidere, quale sarebbe la prima cosa che farebbe?

 «Creare un centro di prevenzione e di ascolto per loro ma anche per le famiglie. So che esistono già gli strumenti previsti dal sistema sanitario ma probabilmente o non funzionano come dovrebbero o non sono adeguatamente pubblicizzati. Il lutto per la perdita di Luca, tra l'altro, non è stato l'unica prova alla quale è stata sottoposta dal destino. Otto anni fa ho perso una bambina 

al nono mese di gravidanza, appena un giorno prima del parto. Luca ha pianto due giorni e ha avuto anche degli svenimenti. Poi non ne ha voluto più parlare. Si sarebbe chiamata Sara». 

E ora come fa a mantenere una famiglia?
«A 53 anni sono tornata ad insegnare a scuola, cosa che avevo fatto da giovane. Sono impegnata per ora nel dopo scuola in un istituto privato. Casualmente è la stessa scuola frequentata dal figlio del Sindaco, anche se lui è più grande di età». 

Se potesse chiedere una cosa al Sindaco, cosa gli chiederebbe?
«Di poter seppellire Luca e Sara al Cimitero delle Porte Sante. Le loro ceneri sono rimaste con me, le ho conservate in casa, lontane dalla vista dei miei figli per non appesantire il ricordo. All'inizio non volevo separarmene ma credo sia arrivato il momento». 

Perché proprio alle Porte Sante?
«Perché è bellissimo! Ho ricordi da bambina: mi ci portava mia madre e ci andavo a giocare con un' amica». 

 

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